Gli e-fuel possono contribuire alla decarbonizzazione del settore automobilistico?

Gli e-fuel, carburanti sintetici prodotti da idrogeno e anidride carbonica (CO2) utilizzando energia rinnovabile, sono tra le tecnologie più discusse nel dibattito europeo sulla decarbonizzazione del trasporto automobilistico. La loro compatibilità con le attuali auto endotermiche li rende una possibile opzione per ridurre le emissioni senza sostituire l’intero parco veicolare circolante. Infatti, la Commissione Europea li ha proposti tra le misure che potrebbero consentire di continuare a immatricolare nuove autovetture endotermiche anche dopo il 2035, anno in cui la normativa prevede emissioni di CO2 allo scarico pari a zero. Ma quali sono le loro prestazioni ambientali?

Nell’articolo appena pubblicato sulla rivista Sustainable Energy Technologies and Assessments, sono state analizzati gli e-fuel più promettenti per le autovetture convenzionali (e-benzina, e-diesel ed e-OME3-5), esaminandone le prestazioni ambientali attraverso una revisione sistematica delle Life Cycle Assessment (LCA) disponibili in letteratura.

Struttura del processo di selezione e revisione degli studi LCA.

Lo studio evidenzia una forte variabilità tra i risultati publicati, riconducibile alle diverse  scelte metodologiche e tecnologiche adottate nelle singole analisi. Inoltre, emerge una limitata attenzione verso categorie d’impatto ambientale diverse dal cambiamento climatico. Un risultato rilevante riguarda il ruolo dell’elettricità impiegata nella produzione degli e-fuel nel determinare i potenziali benefici climatici. Nonostante le differenze tra gli studi analizzati, emerge infatti un elemento comune: i possibili benefici dipendono in modo determinante dall’intensità carbonica dell’elettricità utilizzata. Dall’analisi è stato identificato un valore soglia di circa 123 gCO2,eq/kWh, al di sotto del quale gli e-fuel tendono a offrire vantaggi rispetto ai carburanti fossili.

Nel complesso, gli e-fuel potrebbero contribuire alla decarbonizzazione del settore automobilistico, ma il loro potenziale dipende strettamente dal contesto energetico in cui vengono prodotti.

L’articolo è disponibile in accesso aperto al seguente link.

Riciclo del vetro: un nuovo modello per valutare la perdita di qualità

É appena stato pubblicato sulla rivista scientifica Waste Management un articolo in cui viene proposto un modello in grado di valutare la sostituibilità tra i materiali vergini utilizzati nella produzione del vetro e i rottami di vetro riciclati (cullet).

Il vetro, spesso considerato riciclabile all’infinito, può in realtà subire una riduzione della qualità durante il processo di riciclo (downcycling). Questo fenomeno, causato da diversi fattori tra cui la presenza di impurità e la contaminazione del colore, limita l’utilizzo dei cullet nella produzione di nuovo vetro. Tuttavia, molte analisi di Life Cycle Assessment (LCA) svolte in questo settore trascurano la perdita di qualità dei cullet, assumendo un coefficiente di sostituzione uno-a-uno (1:1) con i materiali vergini e generando risultati poco rappresentativi della realtà.

Il presente studio intende colmare questa lacuna presente nella letteratura scientifica, proponendo una metodologia in grado di integrare il potenziale deterioramento della qualità del vetro durante il riciclo nella quantificazione della sostituibilità dei materiali vergini con i cullet. Una volta formulato, il modello è stato applicato a un caso studio per mostrare come l’inclusione del downcycling influenzi gli esiti di un’LCA. I risultati indicano che tra i cullet e i materiali vergini si ha una sostituzione effettiva dell’83 %, ridimensionando i reali benefici associati al riciclo del vetro. Ciò conferma l’importanza di includere il downcycling nelle analisi LCA, al fine di ottenere stime più accurate riguardo al risparmio di materie prime e agli impatti ambientali.

Qui è possibile leggere la pubblicazione.