Ancora su CoViD-19 e rifiuti: le indicazioni di SNPA

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente è intervenuto, a valle delle raccomandazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, con alcune indicazioni generali che, a partire da queste ultime, affrontano ulteriormente la materia.

Il documento tocca ancora il nervo scoperto delle carenze impiantistiche sul territorio nazionale, che non sempre consentono di avviare la totalità del rifiuto indifferenziato direttamente a trattamenti ad alta temperatura (incenerimento), senza manipolazioni intermedie. Laddove appunto tale modalità non fosse disponibile (e ricordiamo che non lo è per intere Regioni, come la Sicilia, la Liguria, le Marche, tanto per citarne alcune), l’indicazione è di avviare il rifiuto a impianti TMB, a condizione che dispongano di una componente biologica atta a garantire l’igienizzazione del rifiuto. Su questo si citano i processi di bioessiccazione e biostabilizzazione, che tuttavia si presentano molto differenti per quanto riguarda il reale effetto di igienizzazione. Ai sensi delle attuali norme tecniche, si considera igienizzato un materiale esposto per almeno 3 giorni a una temperatura superiore a 55°C; questo vincolo è cogente, oltre che particolarmente rilevante, per il processo di compostaggio, dove il destino finale del prodotto è l’utilizzo in agricoltura; mentre lo è meno per i processi biologici inseriti all’interno di impianti TMB, visto che il materiale prodotto viene poi avviato a trattamento termico o eventualmente in discarica.

Vi sono tuttavia da fare due ulteriori considerazioni. Innanzitutto bioessiccazione e biostabilizzazione, pur essendo processi concettualmente analoghi, si applicano a materiali molto diversi. Il primo infatti agisce sulla totalità del rifiuto indifferenziato, mentre il secondo solo sulla frazione organica “sporca”, ovvero separata meccanicamente dall’indifferenziato. Il vantaggio del trattamento della totalità del rifiuto (nella bioessiccazione) è tuttavia smorzato dal fatto che il processo non garantisce il raggiungimento di temperature particolarmente elevate, proprio perché solo parte del materiale risulta attivo nei confronti del processo biologico (la frazione organica, che non supera il 30% del totale, ma può essere anche sensibilmente inferiore). Viceversa, esattamente per gli stessi motivi la biostabilizzazione è probabilmente più efficace a livello di igienizzazione, ma è applicata solo a una parte del rifiuto. Il che significa che tutta la frazione secca non subisce alcun processo biologico.

Da ultimo il documento SNPA non può che constatare la necessità di ricorrere a forme di deposito temporaneo dei rifiuti presso gli impianti produttivi, oppure di messa in riserva e deposito preliminare, che tuttavia devono avvenire nel rispetto di una serie di condizioni finalizzate a scongiurare l’eventuale diffusione del virus. Questo senza dimenticare il rischio di incendi. E dunque la plastica diventa particolarmente critica, visto che oltre ad essere infiammabile risulta pure tra i materiali più “ospitali” per il CoViD-19, che vi può soggiornare anche per alcuni giorni.

La gestione dei rifiuti ai tempi del coronavirus

E’ difficile trovare un ambito delle nostre vite che non sia toccato dall’attuale situazione emergenziale legata al nuovo coronavirus. I rifiuti non sono da meno, e pertanto sono giunte puntuali le raccomandazioni dell’Istituto Superiore di Sanità su come attuare comportamenti corretti in ambito domestico.

Indicazioni dell’ISS sulla gestione dei rifiuti durante l’emergenza Coronavirus

Oltre a questa chiara infografica alla portata di tutti, è stato prodotto un documento più approfondito, che analizza gli aspetti salienti della questione. Ne richiamiamo qua sotto alcuni, citando testualmente:

Al momento non è noto il tempo di sopravvivenza in un rifiuto domestico/urbano dei coronavirus in generale

limitatamente a quanto noto al momento attuale, si può ipotizzare che
il virus SARS-CoV-2 si disattivi […] in un intervallo temporale che va da pochi minuti a un massimo di 9 giorni

altri coronavirus (es. virus SARS e MERS) non sopravvivono su carta in assenza di umidità, ma
si ritrovano più a lungo su indumenti monouso (se a concentrazione elevata, per 24 ore), rispetto ad esempio al cotone

Si raccomanda quindi che:

nelle abitazioni in cui sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, sia interrotta la raccolta differenziata. Per la raccolta dovranno essere utilizzati almeno due sacchetti uno dentro l’altro o in numero maggiore in dipendenza della loro resistenza meccanica, possibilmente utilizzando un contenitore a pedale

nelle abitazioni in cui NON sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, si raccomanda di mantenere le procedure in vigore nel territorio di appartenenza, non interrompendo la raccolta differenziata. A scopo cautelativo fazzoletti o rotoli di carta, mascherine e guanti eventualmente utilizzati, dovranno essere smaltiti nei rifiuti indifferenziati. Inoltre dovranno essere utilizzati almeno due sacchetti uno dentro l’altro o in numero maggiore in dipendenza della resistenza meccanica dei sacchetti

Infine l’Istituto afferma che, ove siano presenti impianti di termodistruzione, per i rifiuti indifferenziati deve essere privilegiato l’incenerimento, al fine di minimizzare ogni manipolazione del rifiuto stesso.

Si possono effettuare alcuni commenti sul documento dell’ISS.

Il fatto che la disattivazione del virus possa necessitare fino a 9 giorni è un’indicazione tutt’altro che incoraggiante, e come tale deve essere da stimolo a non allentare la guardia circa tutte le misure di precauzione indicate dalle Autorità, non solo nell’ambito della gestione dei rifiuti.

Il richiamo alla verifica della resistenza dei sacchetti di raccolta dell’indifferenziato è decisamente ben posto, visto l’ampio ricorso a sacchetti in bioplastica, spesso di secondo utilizzo successivamente a quello per la spesa, durante il quale sono frequenti i danneggiamenti.

La raccomandazione di smaltire il rifiuto dalla propria abitazione quotidianamente con le procedure in vigore sul territorio (esporli fuori dalla propria porta negli appositi contenitori, o gettarli negli appositi cassonetti condominiali o di strada) può risultare molto problematica, soprattutto in virtù del dominante sistema di raccolta porta a porta che prevede ormai frequenze di raccolta settimanali o addirittura bimensili. Non risulta che i gestori delle raccolte abbiano previsto di intervenire su questo parametro, cosa che comporterebbe una pesante rivisitazione del sistema di raccolta in essere.

Infine, si richiama correttamente l’opportunità di ricorrere alla termodistruzione in luogo di trattamenti meccanici/biologici (anche indicati come trattamenti “a freddo”) per il rifiuto indifferenziato, chiarendo la profonda differenza che intercorre tra queste tipologie di trattamento, spesso ancora oggi descritte come alternative tra di loro.

Rifiuti e CopenHill

Lo scorso 8 novembre sul canale televisivo FOCUS (35 DTT) è stato trasmesso il documentario realizzato da Angelo Gamba sul termovalorizzatore di CopenHill (Copenhagen). I Proff. Stefano Consonni e Lucia Rigamonti del Centro Studi MatER del Politecnico di Milano hanno risposto a domande sul funzionamento del termovalorizzatore e sulla sostenibilità ambientale. A questo link è possibile visionare l’intero documentario.

In memoria di Alfons Buekens

Il 19 Febbraio 2019 ci ha lasciati il Prof. Alfons Buekens, uno dei miei mentori principali.
Tutto iniziò durante la Dioxin Conference di Venezia – correva l’anno 1999 – dove ha commentato una delle mie prime emozionate presentazioni durante una conferenza internazionale e mi ha invitato a visitare il suo Dipartimento alla VBU di Bruxelles durante il mio dottorato. Abbiamo poi avuto numerosi scambi professionali e umani molto proficui, culminati nel 2013 con il suo supporto alla mia permanenza presso la Zhejiang University di Hangzhou come visiting researcher. Analogo supporto mi ha permesso di visitare le Università di Kyoto e di Sendai in Giappone, nell’anno successivo.
Non dimenticherò mai la sua gentilezza, la devozione alla ricerca e la volontà infinita di sostenere i giovani ricercatori.
Non dimenticherò mai il suo sottile senso dell’umorismo.

Arrivederci Alfons!

Produzione di calcestruzzo da residui di miniere di rame

Il giorno 19 ottobre il gruppo AWARE ospiterà Felipe Vargas Muño, dottorando della Pontificia Universidad Catolica (Santiago, Chile), che racconterà delle prove che sta conducendo per analizzare la possibilità di utilizzo dei residui delle miniere di rame nella produzione di calcestruzzo, in sostituzione di un certo quantitativo di cemento.

Il seminario è aperto a tutti gli interessati.

Questa la locandina dell’evento con anche le  indicazioni logistiche.

Uno studio di fattibilità per il dumpsite di Ngong (Kenya)

Uno studio di fattibilità per la chiusura di un dumpsite (discarica non controllata) nella città di Ngong, e per l’apertura di un impianto di trattamento e recupero dei rifiuti indifferenziati.
Il gruppo AWARE arriva in Kenya nel quadro di una collaborazione che vede il Politecnico di Milano, con tre Dipartimenti coinvolti (DICA, ABC e Energia), coordinare un consorzio che include come partner locali la Technical University of Kenya (TUK) e l’azienda di consulenze LDK Africa Ltd. L’incarico arriva da UN-Habitat, agenzia delle Nazioni Unite che dal 1978 si occupa di vivibilità e miglioramento degli insediamenti umani.

Con una popolazione superiore a 150’000 abitanti, Ngong nasce come suburbio di Nairobi, prima di acquisire dignità come città appartenente alla Kajiado County, la contea limitrofa alla capitale. I rifiuti prodotti dagli abitanti di Ngong vengono conferiti dalla fine degli anni Novanta in una cava in disuso prossima alla strada principale che attraversa la città, che ad oggi ha assunto la forma di un grosso cumulo di spazzatura, esteso su una superficie poco inferiore ai due ettari e alto in alcuni punti fino a sette metri. In prossimità della discarica è sorto l’insediamento informale (slum) di Mathare, vicinissime si trovano una chiesa e una scuola, e il corso d’acqua che attraversava l’area è ora parzialmente sepolto dai rifiuti e ridotto ad un rigagnolo. Questa situazione incontrollata è causa di diversi problemi, da un punto di vista ambientale e sanitario, tanto da richiedere un intervento deciso.

Dumpsite  of Ngong (Kenya)
Il dumpsite di Ngong

Si è posto quindi il problema non solo di chiudere la discarica e spostarla in un sito identificato dal Governo, ma di individuare anche una tecnologia adatta per trattare i rifiuti, tenendo in considerazione la loro composizione  (oltre al contenuto prevalentemente organico, vi si trovano anche frazioni riciclabili come plastica, metalli e carta) e soprattutto i vincoli sociali dati dal contesto locale.

Diversi attori infatti partecipano alla raccolta e al conferimento dei rifiuti: il County Council, che organizza la raccolta dai contenitori dislocati per la città e lo spazzamento stradale; un consorzio di piccole imprese (PSPs o Private Service Providers) che portano avanti la raccolta dei rifiuti domestici, strutturata in maniera simile ad un porta a porta; e infine il NURU Youth Group, l’associazione (CBO) dei raccoglitori di rifiuti, che tutti i giorni popolano la discarica per separare e vendere materiali e oggetti di valore. I raccoglitori di rifiuti, conosciuti nei paesi anglofoni come waste pickers o (più volgarmente) scavengers, sono figure assai presenti nei contesti a basso reddito, una caratteristica manifestazione dell’economica informale, e spesso non viene riconosciuto loro il ruolo ricoperto nel recupero e riciclo dei materiali. Tra gli obiettivi di questo progetto c’è anche quello di realizzare un intervento che non leda quella che è fonte di sostentamento per oltre centocinquanta persone.

Assemblea di NURU Youth Group all'interno del dumpsite di Ngong
Assemblea di NURU Youth Group all’interno del dumpsite di Ngong

Ad inizio febbraio, Mario Grosso e Francesca Villa sono andati in missione a Nairobi per un workshop organizzato da UN-Habitat, con la partecipazione di tutti i partner coinvolti, delle istituzioni locali, dell’associazione delle PSPs e di Nuru Youth Group. La missione di Francesca si è poi protratta per portare avanti interviste e approfondimenti della situazione locale. Il prossimo appuntamento del progetto sarà a maggio.

Workshop a Ngong, Kenya (2 febbraio 2018)

A Ghent per collaborare sulla sostenibilità

A fine febbraio AWARE è andato in missione nella fiabesca città di Ghent, nelle Fiandre orientali.

Scopo della missione era quello di creare un contatto per future collaborazioni con il gruppo di ricerca del prof. Dewulf, attivo nel “Department of sustainable organic chemistry and technology”  della Ghent UNiversity.

Lucia Rigamonti ha spiegato quindi le attività portate avanti da AWARE concentrandosi su alcuni dei progetti più recenti. La presentazione è disponibile qui: Rigamonti_Ghent.

 

Con FUNASA per migliorare la gestione dei rifiuti in Brasile

AWARE ha partecipato a un incontro con i tecnici della Funasa (Fundação Nacional de Saúde) a Brasilia, per avviare un rapporto di cooperazione con il DICA del Politecnico, anche sul tema della gestione dei rifiuti.

Funasa è un’agenzia governativa che si occupa di tematiche di risanamento e tutela della salute per le sole città di dimensione inferiore ai 50.000 abitanti. Queste sono circa 5.000, per un totale di 65 milioni di abitanti.

In Brasile la quasi totalità dei rifiuti urbani raccolti (che non coincidono con quelli effettivamente prodotti!) viene smaltita in discarica. Delle discariche censite recentemente da Funasa, solo il 20% sono risultate in condizioni adeguate. C’è dunque molto lavoro da fare, sui temi della prevenzione, del riutilizzo, della raccolta dell’organico e del risanamento delle discariche esistenti.